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Le Tradizioni I lamentatori di Montaperto e Jacopone da Todi di
Giuseppe Siracusa La sera del Venerdì Santo, sceso il Cristo dalla croce, i montapertesi percorrono in processione le vie del borgo. In testa al corteo procede l’urna contenente il simulacro del Cristo morto, seguito da quello di Maria Addolorata. Il corteo si divide, così, in due tronconi. Il simulacro di Maria Addolorata viene accompagnato da lamentatori che, con una cantilena che evoca quelle arabe, recitano La passione di Cristo secondo la poesia popolare siciliana. Si tratta di un testo che, con alcune varianti, è possibile trovare nei lamenti del Venerdì Santo di tutta la Sicilia. Alcuni osservatori hanno rilevato delle somiglianze tra il suddetto testo e la lauda di Jacopone da Todi Pianto della Madonna (altrimenti conosciuta come Donna de paradiso). Vi è inoltre chi, animato da forte spirito campanilista, arriva ad ipotizzare che lo stesso Jacopo Benedetti (questo il suo vero nome) abbia preso spunto dai siciliani. A me pare che sia accaduto il contrario. Per prima cosa escluderei, infatti, un’influenza reciproca tra le coeve produzioni della Scuola Siciliana, operante alla corte di Federico II, e quelle dei Laudari. Esclusione giustificata non solo dalla diversità dei temi trattati (amoroso per i siciliani e religioso per i laudari), ma anche dal pubblico di riferimento (elitario per i siciliani, popolare per i laudari), oltre che dalla metrica diversa. Escluderei anche la collocazione del nostro “lamentario” in un’epoca anteriore al XIII secolo. In particolar modo mi sento di contraddire coloro i quali sostengono che il testo dei lamenti risalirebbe addirittura all’epoca delle scorrerie arabe nel mediterraneo avvenute a partire dal IX secolo. Com’è noto la produzione letteraria che ne seguì si inquadra nel cosiddetto filone epico-cavalleresco della chanson de geste, ripreso molto più tardi dai nostri pupari. Anche volendo considerare una “bassa letteratura” (mi si passi l’espressione) ovvero una produzione popolare parallela alla chanson de geste, il tutto viene contraddetto dalle forme metriche. Mi pare, piuttosto, che i lamenti vadano collocati temporalmente nel XVII secolo. In primis, questo è il periodo dell’esplosione delle confraternite, espressione più limpida della religiosità popolare. Inoltre, mi vengono incontro la metrica e i caratteri morfologici del lamento. Questa composizione è strutturata, infatti, in quartine con rima parossitona perfetta incrociata secondo lo schema ABBA per esempio: A
Maria passa di la strata nova B
la porta d’un firraru aperta era B O caru mastru chi faciti a st’ura? A Fazzu ‘na lancia e tri pungenti chiova. Il verso è endecasillabo (anche se talvolta arriva a misurare 12 o 13 sillabe), metro tipico delle quartine e dei sonetti utilizzate non prima del ‘500. Inoltre, le forme presenti, come il condizionale Vurria, i sostantivi latini sicilianizzati Pietati o Trinitati ecc… sono tipiche della poesia definibile come “spontaneo-popolare” della Sicilia del ‘500/’600 il cui rappresentante più prestigioso è senza dubbio Pietro Fullone (poeta palermitano del ‘600) autore, tra l’altro, di diverse quartine in rima alternata dedicate alla morte di Cristo. Il componimento di Jacopone è, invece, un ottuonario (8 versi) in rima incrociata perfetta parossitona, secondo lo schema AAAB CCCB. Il verso è un settenario (sette sillabe). Bisogna dire anche che Jacopone si discosta metricamente dalla lauda classica facendo assumere vesti di ballata alle sue composizioni. Cosa c’è, allora, di Jacopone nei lamenti siciliani? Innanzitutto in entrambi è protagonista la Madonna. In secondo luogo, come nella lauda, il lamento assurge a rappresentazione sacra per mezzo del dialogo tra più interlocutori (per es. tra Maria e Giovanni). Inoltre la “passionalizzazione” di Maria, passando dalla pena, alla speranza e, infine, perdendosi in uno struggente dolore, segue lo stesso percorso che nella lauda. Vi è poi un topos che viene ripreso alla lettera dai siciliani e riguarda il passo in cui la Madonna si rivolge al figlio definendolo “gigliu”. Nel corrispondente ottuonario di Jacopone, inoltre, la Madonna richiede consiglio. Questa immagine è ripresa dai siciliani …chiamatimi a Giuvanni ca lu vogliu, quantu mi duna un pocu di cunsigliu… Quanto espresso fin qui è la vivida testimonianza di come vi sia una “comunione universale nel sentire” allorquando poeti, ed artisti in genere, si cimentano col tema della passione di Cristo; tema sempre attuale e sentito a distanza di 20 secoli dalla morte del salvatore del mondo. "Maria Passa...." Maria
passa di la strata nova, O
caru mastru chi faciti a st'ura? O
caru mastru nun li fari a st'ura, O
cara donna nun vi pozzu sirviri O
caru mastru duniminni nova: O
cara chi nova vuliti: Chiamatimi
a Giuvanni ca lu vogliu, Giuvanni
rispunni e un cori a doglia: Ora
ci criu ch'è mortu mè figliu; Trentatrì
anni a lu pettu ti tinni, Figliu
di stà crucidda scinni scinni, Cu
cci guardà li venniri a me figliu, Cu
cci guarda' li sabbati a Maria,
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